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SARDEGNA: UNICA POSSIBILE META!

di Beppe Costa

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Gli ultimi avvenimenti accaduti a Roma, la riduzione di una capitale in un ammasso di quartieri addossati l’un l’altro senza criteri, senza collegamenti fra loro, hanno ridotta la capitale – una delle più belle città del mondo- in un luogo invivibile. La politica certo non ha tutte le responsabilità, ma molte certamente sì. L’incuria, la costruzione di quartieri sorti senza senso, senza servizi accurati, lasciando solo qualche chilometro quadrato di città servendo ricchi, istituzioni e loro addetti.

Questo uno dei motivi che va aggiunto alla perdita di molti amici, scrittori e non, scomparsi negli ultimi anni e di altri che, malgrado non a distanze lontanissime, faticavano non poco a raggiungermi. Dove posteggiare poi una volta arrivati? Andare al cinema, a teatro o a concerti era diventata una impresa per me e credo per molti altri come me, senza auto e senza mezzi adeguati che collegano periferie fra di loro.

Così, il bello di Roma rimane interdetto per chi non è milionario e non ha possibilità di vivere in centro, quel piccolo spazio quasi ormai un deserto, sebbene affollato di ristoranti cinesi e di pub. Vedi via Veneto e zone limitrofe, così come l’EUR che mette paura nei suoi paesaggi spettrali di monumenti al nulla.

Quindi la Sardegna e Sassari in particolar modo: mi riporta alla vivacità della mia città d’origine Catania. Ma è tutta l’Isola un fermento di attività, peraltro tutte facilmente raggiungibili. Mi si può obiettare che fra Cagliari e Sassari ci sono oltre 200 chilometri, ma chi ha provato ad andare dalla Nomentana o da Casalotti al centro troverà certo che il percorso ben più breve si percorrerà in maggior tempo. Ma non è questo certo l’unico motivo: in ogni parte dell’Isola ci sono degli amici che svolgono, anche se con grande fatica attività artistiche. Sembra che in proporzione agli abitanti ci siano più artisti che persone, così come ci sono più centri commerciali a Sassari che in qualsiasi altra città italiana ben più grande. Questa vivacità si nota nei programmi dei vari teatri, cinema, bar (mi ha stupito non solo il fatto di essere affollati a tutte le ore, ma l’eleganza, la raffinatezza e la pulizia persino nelle toilette.

Quindi è qui che riprende la mia quarta vita, come la definisco, dopo aver cambiato città e case innumerevole volte. L’amica Barbara Alberti è stata davvero felice della mia scelta e mi ha spinto ancor più a realizzarla: il popolo sardo è da lei definito eroico, ironico e deciso. Le do ragione: malgrado ogni tentativo di conquista rimane saldo nelle tradizioni e nella lingua unica: perfino i nomi delle città, salvo alcuni capoluoghi, sono unici, non si trovano da nessuna parte: vicini a Sassari, ad esempio Bannari, Iglesias, Flovinas, Uri, Usini, Simaxis, Lei, ecc. non si trovano da alcuna parte, a differenza di tanti Valverde, San tutto e San altro.

Così come i cognomi delle persone assolutamente in una lingua tanto diversa da quella italiana: Concas, Solinas, Canu, Marras, Floris o Lubinu, solo per citarne alcuni.

La città del vento, Sassari, porta voci lontane e le trasmette all’intero mondo, ed è così che si mischiano arti,linguaggi e musiche: ascolti ritmi africani, indiani, spagnoli, portoghesi e perfino i volti e le forme, soprattutto femminili (o sono quelle che più guardo) hanno perfino nell’andatura qualcosa di diverso da tutte le altre italiane.

Se a questo si somma la generosità di questo popolo, si comprende appieno la mia scelta.

Così come l’avvio della mia collaborazione a questo giornale, dopo molte esperienze in altri piuttosto dipendenti dal potere, dove ad ogni scritto su personaggi della cultura, venendo censurato così andavo via prima che mi cacciassero.

Ho quindi intenzione di donare alla Sardegna, specificatamente a Sassari, all’associazione Progetto Ottobre in Poesia, (cui sono ormai ‘legato’ da anni, considerata la salda amicizia che mi lega al suo presidente Leonardo Onida), di tutto l’archivio che ho ancora disponibile: lettere di Anna Maria Ortese, di Arnoldo Foà, appunti di Luce d’Eramo e tanto altro, come libri foto e la gran parte dei libri rimasti in mio possesso, lungo una vita di separazioni e di cambi di case, come accennato.

Qui dove la cultura ha senso, anche quando fatta per strada, nelle miniere dismesse, dai balconi o nei bar.

Quella popolare, quella che può ancora salvarci dall’essere dei numeri condizionati dal potere politico.

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