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OLTRE IL MURO: BERLINO 1961 – 1989

di Marco Loi

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Nel 1999, al decennale della caduta del muro di Berlino, mi capitò casualmente una celebre frase de Il Barone Rampante di Calvino: “Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori”. Avevo 19 anni e, la storia, era una delle passioni fin da piccolo.
Il 9 Novembre 1989 avevo 9 anni, capii poco di quello che stava succedendo, certamente mi resi conto che qualcosa di grosso bolliva in pentola: telegiornali e giornali non facevano che parlare di quello che stava accadendo: crollava l’ultimo mattone di quella che gli storici definirono come cortina di ferro. Era un gesto simbolico, pesante, la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Quella del muro di Berlino è la storia politica e sociale di due blocchi contrapposti che in quel momento stavano finalmente cedendo il passo all’umanità. Esattamente 28 anni di divisione post bellica per una nazione lacerata dall’ultima grande guerra mondiale che, oltre ad aver versato lacrime e sangue, divenne terra di conquista per stati in cerca di riconoscimento dello status di “miglior democrazia del mondo civile”.
Quel mattone appena caduto andrà poi a formare la base per quel grande edificio chiamato Unione Europea, che per anni ha commemorato date come questa, finendo poi per riproporre barricate e nuovi muri da ergere alle proprie frontiere. Non serve essere storici per capirlo, basta solo essere accorti: i tedeschi di ieri sono i profughi di oggi. Da quel lontano 9 novembre il mondo è decisamente cambiato, ovviamente, mantenendo vive però alcune idee che tardano ancora a morire. In quel tripudio di festeggiamenti a cui si sono unite persone da tutto il mondo, partecipi, anche se a distanza, di una ferita ancora aperta chiamato Muro di Berlino che coinvolgeva tutte le nazioni Europee, c’erano i principali leader politici dell’epoca. Da Mitterrand alla Tatcher, da Khol ad Andreotti e Bush (senza scordare Reagan), tutti apparentemente uniti e partecipi verso la ritrovata libertà del popolo tedesco e, quindi, europea. A distanza di anni, dunque, ecco ritrovare le radici di quel celato imbarazzo europeo che ancora oggi tastiamo con mano attraverso quella che tutti chiamano a gran voce Unione Europea. Per 20 anni è rimasta sepolta negli archivi del Foreign Office britannico una battuta annotata da un diplomatico inglese (Charles Pawell) che nel 1990 partecipò all’Eliseo ad un incontro tra la Tatcher e Mitterrand; quest’ultimo coniò la battuta “Se lasciamo fare a Khol di testa sua, avrà un territorio più grande di Hitler”. Niente di nuovo sul fronte Occidentale, recitava il titolo di un famoso film. Per non essere da meno, la Iron Lady riferì a Gorbaciov, durante la sua visita a Mosca del 23 Settembre 1989, il sentimento di una parte del mondo Occidentale che sarebbe dovuta restare “confidenziale” tra loro: “Siamo molto preoccupati per quello che sta succedendo in Germania dell’Est. La riunificazione della Germania non è nell’interesse della Gran Bretagna e dell’Europa Occidentale”. E ancora: “Noi non vogliamo una Germania unita. Questo porterebbe al cambiamento dei confini del dopoguerra e non possiamo permetterlo, perchè minerebbe la stabilità internazionale e potrebbe mettere in pericolo la nostra sicurezza.” Per quanto i microfoni fossero spenti, le orecchie di tanti non lo erano altrettanto e, fortunatamente, dal 2009 è stato tutto desecretato e reso parzialmente fruibile. Se vogliamo perciò comprendere il momento attuale, Brexit compresa, proviamo a rileggere con acribia l’essenza stessa della caduta del muro di Berlino per l’occidente, magari attraverso quel nodo franco-britannico ancora inspiegabilmente astioso alla fine degli anni ottanta quando ormai tutto sembrava così…glasnost(trasparente)?
Se dovessi invece spiegare ai più giovani cosa sia il Muro di Berlino e quale sia il suo significato, inizierei dalle storie delle persone comuni: quelle che hanno vissuto sulla pelle anni di giochi politici e finte manifestazioni di democrazia. La storia di quel muro lungo 106 Km è la storia di un “vopo” qualunque, cioè uno dei soldati scelti della polizia della DDR che sorvegliava quel confine umano e politico imposto dal 1961. È la storia di Konrad Schumann, giovanissimo soldato che il 15 Agosto del 1961, in un momento di distrazione generale, decise di scavalcare il reticolato che separava la parte est dall’ovest della città. Aveva solo 19 anni, e il suo salto verso la libertà venne immortalato dal fotografo coetaneo Peter Leibing: quello scatto divenne una delle icone del ventunesimo secolo. Questa storia è una delle tante che merita di essere ricordata anche per il suo epilogo. Trovata la libertà fisica, iniziarono anni di prigionia mentale ed interiore del giovane soldato che espose la famiglia rimasta a Berlino est a numerose vessazioni fisiche e psichiche, tramutando la gioia per la salvezza del proprio caro in odio per averli esposti alle innumerevoli ritorsioni governative. Trentasette anni dopo quel gesto, Konrad si tolse la vita impiccandosi. Konrad sarà per sempre il simbolo della libertà ma anche del suo prezzo.
Cosa è rimasto, quindi, al di là del muro? La speranza, riassunta in quel minuto e mezzo di musica offerta dal più importante violoncellista dei nostri tempi, Mstislav Rostropovich: lui, sovietico per nascita ma cosmopolita di professione, alcuni giorni dopo l’apertura delle frontiere ha messo fine al silenzio lungo ventotto anni suonando un’aria di Bach seduto davanti a quel muro. Solo l’arte può ricucire le ferite di una guerra lasciate aperte da una politica cieca ed egoista.

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