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MILANO: LA FASI CELEBRA I 90 ANNI DEL NOBEL A GRAZIA DELEDDA

di Paolo Pulina

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A Milano, nel pomeriggio di lunedì 11 dicembre 2017, presso l’auditorium della storica Casa Manzoni  (Via Gerolamo Morone 1), il Centro Nazionale di Studi Manzoniani, in collaborazione con la F.A.S.I. (Federazione Associazioni Sarde in Italia), ha organizzato  un incontro  dal titolo “Ritrarre in forme plastiche la vita” per commemorare i 90 anni  del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda, unica donna italiana ad essere insignita della prestigiosa  benemerenza,

Significativa la data dell’iniziativa culturale (esattamente a 90 anni dalla consegna materiale alla scrittrice sarda del massimo riconoscimento letterario a livello mondiale, avvenuta a Stoccolma il 10 dicembre 1927, anche se il Premio si riferì all’anno 1926, in cui non era stato assegnato dall’Accademia svedese per mancanza di candidature  meritevoli). Nota: anche se in un diffusissimo strumento di consultazione come è  l’enciclopedia libera Wikipedia è ben precisato che  «il 10 dicembre 1927 venne conferito alla Deledda il premio Nobel per la letteratura 1926 (non vinto da alcun candidato l’anno precedente, per mancanza di requisiti)», sono stati innumerevoli coloro che hanno preso la cantonata di collocare il conferimento del Premio nella data errata del 10 dicembre 1926. Ne cito uno per tutti: ha scritto il “Corriere della Sera” dell’11 dicembre 2017: «Nel giorno della consegna dei Nobel, il 10 dicembre, quando anche lei ricevette 91 anni fa, nel 1926, quello per la Letteratura, Grazia Deledda è stata omaggiata da Google. Il motore di ricerca l’ha celebrata ieri con un doodle, versione speciale del logo di Google per commemorare anniversari ed eventi».

Il titolo  dell’incontro ha voluto riprendere le parole della motivazione espressa dalla Giuria in occasione del Premio Nobel alla Deledda: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e calore tratta problemi di generale interesse umano».

Di fronte a un folto pubblico, composto in gran parte di giovani, Angelo Stella, presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani, ha introdotto i lavori ricordando che nella biblioteca personale del Manzoni figuravano opere di autori sardi che lui aveva sicuramente letto dato che le pagine sono risultate non più intonse:  1) di Vincenzo Raimondo Porru il Nou Dizionariu universali sardu-italianu (1834) «che era nello scrittoio di Alessandro Manzoni quando morì, e ancora vi si conserva» secondo una testimonianza del 1879  del poeta vicentino Giacomo Zanella;  e il  Saggio di grammatica sul dialetto sardo meridionale dedicato a sua altezza reale Maria Cristina di Bourbon infanta delle Sicilie duchessa del genevese dal sacerdote Vincenzo Raimondo Porru (1811); 2) dello storico Giuseppe  Manno la Storia di Sardegna, opera suddivisa in quattro volumi scritti tra il 1825 ed il 1827.

La relazione di Mauro Novelli (docente di  Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea e Letteratura italiana otto-novecentesca presso l’Università degli studi di Milano) ha offerto un ritratto avvincente della personalità eccezionalmente determinata della Deledda e un cenno alle sue  opere più importanti  sia quelle ambientate nei suoi luoghi natii e valorizzanti il patrimonio di abitudini e mentalità della gente sarda sia quelle di ambientazione “continentale”.

Giuliana Nuvoli, professore di Letteratura italiana presso l’Università degli studi di Milano, che vanta diversi saggi sui rapporti fra letteratura e cinema, ha messo in evidenza come l’origine della vicenda drammatica al centro delle pagine di Canne al  vento sia stata trascritta sullo schermo dal regista Mario Landi nello sceneggiato televisivo prodotto nel 1958 dalla Rai. Sono stati illustrati  efficacemente i differenti  modi di approccio della scrittrice e del regista.

Personalmente ho ricordato che l’accoglienza non favorevole ricevuta dai suoi primi romanzi convinse la Deledda a cercare di migliorare la conoscenza della lingua italiana seguendo i consigli di Antonio Scano, che la invitò a dedicarsi alla lettura di autori classici italiani (Metastasio, Goldoni, Manzoni, Guerrazzi, Capuana, Verga, Fogazzaro, D’Annunzio e, in generale, gli autori della letteratura regionale di impostazione naturalistica). In una lettera del 10 ottobre 1892 proprio ad Antonio Scano (che la pubblicò in Viaggio letterario in Sardegna, Foligno-Roma, Campitelli, 1932), la Deledda confessa: «Ora non faccio nulla. Cioè, studio soltanto, e, secondo il suo consiglio, cerco di studiare la lingua, perché la fantasia non mi manca. […] E ho afferrato il Manzoni, il Boccaccio e il Tasso, e tanti altri classici che mi fanno sbadigliare e dormire!…. Dio mio! È inutile! Io non riuscirò mai ad avere il dono della buona lingua, ed è vano ogni sforzo della mia volontà. Scriverò sempre male, lo sento, perché l’abitudine di scrivere così come mi viene è radicata ormai nella mia povera penna».

Se leggiamo il romanzo Cenere (1904) vediamo però che nella parte seconda la Deledda usa un  evidente stilema di derivazione classica tratto dai Promessi Sposi del Manzoni. Riferendo i pensieri di Anania, scrive: «Addio, addio, terra d’esilio e di sogni! Anania rimase immobile, appoggiato al parapetto del piroscafo, finché l’ultima visione di Capo Figari e delle isolette, sorgenti azzurre dalle onde come nuvole pietrificate, svanirono tra i vapori dell’orizzonte; […]».

Questi pensieri non possono non farci venire in mente quelli accorati di Lucia (capitolo VIII dei Promessi Sposi) mentre la barca che trasporta lei – fuggitiva dai luoghi natii, insieme con Agnese e Renzo, per sottrarsi alle grinfie dei “bravi” di don Rodrigo – andava avvicinandosi alla riva destra dell’Adda: «Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! […]».

Per quanto riguarda  il contributo concreto che la F.A.S.I. ha inteso dare alla celebrazione dell’Anno Deleddiano (90 anni dall’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura 1926 e  80 anni dalla morte), per  rendere onore alla grande scrittrice sarda, ho citato il bando per  premi che saranno riconosciuti a tesi di laurea sulla Deledda che saranno discusse nell’anno accademico 2017-2018 nei dipartimenti di studi letterari delle Università fuori della Sardegna: si veda questo link

http://www.fasi-italia.it/index.php/2-non-categorizzato/880-padova-12-giugno-2017

Rosa Muggianu, originaria di Atzara (Nuoro), socia del CSCS-Centro Sociale Culturale Sardo  di Milano, ha letto sia il discorso pronunciato dalla Deledda nel momento in cui ha ritirato il Premio sia la traduzione  in sardo di Nuoro che la Deledda operò del brano dei Promessi Sposi con la narrazione di fra Galdino sul  “miracolo delle noci”.  Questa traduzione fu pubblicata nel volumetto, commissionato da Paravia a Ciro Trabalza, che uscì nel 1917 col titolo   Dal dialetto alla lingua. Nuova  grammatica italiana per la IV, V e VI elementare con XVIII versioni in dialetto d’un brano dei “Promessi Sposi”.

Giovanni Cervo, presidente del CSCS di Milano, con un gruppo di collaboratori ha coordinato l’offerta ai numerosi uditori di un buffet a base di prodotti sardi, concluso con un “brindisi alla Sarda” (nei due significati: alla maniera sarda; in onore della

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