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MARIA GRAZIA TUVERI: DAL “RIFIUTO” ALL’OGGETTO D’ARTE

di Beppe Costa

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Non a caso avevo scelto la Sardegna per trascorrere l’ultimo tempo di vita. L’arte sarebbe il maggior patrimonio al mondo che fa dell’Italia l’unico paese dove tutti i secoli sono rappresentati da una infinità di monumenti, opere d’arte e resti d’ogni tipo di civiltà. Basterebbe questo per potere essere il paese più ricco al mondo. Ma così non è: nelle grandi città, come Roma, perla di bellezza, i suoi cittadini e governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno fatto sì che tale bellezza fosse sopraffatta dalla bruttezze e spesso dall’incuria per raggiungerla o viverla.

Ma di questo e per questo ne parleremo sempre, senza mai stancarci.

In qualche modo la Sardegna, terra di conquista di vari popoli, resta invece un’isola a sé, forse per la testardaggine dei suoi abitanti? malgrado altre conquiste ‘moderne’ più letali la condizionano in vario modo: ma i Sardi oltre che tenere a quel poco di ricchezza che hanno, la coltivano con dedizione e amore, perfino con caparbietà.

Vale questo per le tante miniere trasformate in musei che vengono utilizzati come luoghi per manifestazioni artistiche, ma vale anche e perfino per i bar che diventano di volta in volta, sale concerti jazz, gallerie d’arte, palchi dove artisti, cui sono negati altri spazi, si esibiscono.

Così, ogni giorno, scopro delle eccellenze.

Maria Grazia Tuveri è una di queste strane e straordinarie artiste. Recupera e ricrea in forma utile ciò che l’uomo alla natura toglie, gettandolo  via con noncuranza. Quindi ridà alla natura ciò che l’uomo toglie.

Oltre a riciclare qualsiasi materiale: stoffa, metallo, carta o legno, insegna ai bambini come riutilizzare questi ‘rifiuti’ altrimenti spesso solo inquinanti. Da rifiuto alla bellezza il passo per lei è breve.

La sua creatività non si ferma qui: ed è emozionante visitare la sua casa-atelier, ricca e in apparenza caotica. Ne scopro così l’altro aspetto, utilizzando un altro nome “Contessa d’Arco”, crea con materiali comuni oggetti di pregio, di estrema eleganza e raffinata; sedie, divani, lampade che ci trasferiscono in secoli e paesi diversi.

Cosa crea quindi lo stupore? La delicatezza colma di poesia e di grazia cui ogni oggetto dal più comune al più elaborato contiene e comunica a chi lo osserva la sensazione di trovarsi in altri paesaggi e in altri secoli.

Da oriente a occidente in linguaggio della Contessa diventa parola poetica e ciò che appariva caos, nel vederla all’opera, diventa atmosfera di luci e di colori così intense che lo sguardo si perde e cambia ragione ai propri occhi.

Ma certo siamo in Sardegna e il vento ci porta suoni, voci e colori che altri non riescono ad avere così tutt’insieme.

Ad Alghero è in mostra in questi giorni al Museo Meta, Lo Quarter di Alghero l’opera più complessa dell’Artista: una piccola stanza multisensoriale con decine di sfere in polistirolo con scrittura in braille, dove si possono ascoltare alcuni passi della Divina Commedia tratti dall’Inferno e dal Paradiso. Nel piccolo vano ci si ritrova quasi in un sogno, riappropriandosi di ciò che abbiamo dimenticato o perso nel tempo. Una esperienza unica, certamente anche questa dove sarà quasi un dovere ritornare.

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