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EMIGRATI ITALIANI: OLTRE 4 MILIONI VIVONO ALL’ESTERO

di Michele Saba

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L’emigrazione italiana è un fenomeno che ha conosciuto un forte sviluppo soprattutto nel XIX e XX secolo, per poi tornare in auge nell’ultimo decennio, in seguito alla crisi economica iniziata nel 2007-2008. Da un punto di vista storico, nell’Ottocento l’arretratezza agricola portò migliaia di lavoratori, che vivevano allora in condizioni precarie, a lasciare la penisola alla ricerca di una vita e di un futuro migliori. Inizialmente si trattava di migrazioni all’interno della stessa Europa, le cui mete preferite erano Germania, Francia e Svizzera; dopo l’Unità l’emigrazione aumentò notevolmente toccando quota 11 milioni di italiani, che si diressero nei Paesi dell’America Latina, Brasile e Argentina, poiché in quei territori vi era una superiore richiesta di manodopera nelle industrie e per l’abbondanza di terreni incolti, che sarebbero potuti essere trasformati in campi adatti all’agricoltura e all’allevamento. A partire dal 1890 l’Italia conobbe un secondo flusso migratorio denominato “new migration: gli Stati Uniti, che in quegli anni avevano conosciuto una crescita economica senza precedenti, furono la meta preferita da parte di circa 4 milioni di italiani, soprattutto provenienti dal Sud Italia, i quali abbandonarono temporaneamente la loro patria. I vantaggi furono notevoli per il nostro territorio, che si avvalse del denaro proveniente dall’estero (le rimesse) per acquistare materie prime ed estinguere debiti contratti con altri Stati; di conseguenza, numerose forze politiche appoggiarono queste spinte verso l’esterno sia perché erano viste come un’occasione per i contadini per uscire dalla miseria, sia per risollevare l’economia del Paese. Questa escalation si concluse con lo scoppio della Grande Guerra, per riprendere con la crisi del ’29, che gettò l’Europa nel baratro, e cessò definitivamente quando gli americani, per mantenere il proprio benessere, diedero luogo ad atteggiamenti xenofobi e limitarono l’accesso nel loro territorio agli italiani e ad altri europei. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, i movimenti migratori coinvolsero soprattutto l’Italia meridionale ed insulare, ma le mete preferite furono il Belgio, per gli alti salari, e la Germania e la Svizzera, dove vi era richiesta di manodopera nelle industrie metal meccaniche. In seguito al miracolo economico degli anni ’60, vi fu invece una forte migrazione interna dal Sud, a vocazione agricola, al Nord, che vide la nascita di piccole e medie imprese, le quali richiedevano una forte quantità di manodopera: 5 milioni di italiani diedero vita ad un esodo che comportò anche nuove problematiche, come la domanda di nuovi alloggi, e molti di loro vissero in condizioni precarie, dovute all’aumento del costo degli affitti. Successivamente quest’ondata si arrestò, dal momento che le industrie non erano più in grado di far fronte alla grande richiesta di lavoro; tuttavia, dal 1995 l’istituto Svimez (Istituto Sviluppo Mezzogiorno) comincia a rilevare una ripresa dell’emigrazione interna, con trasferimenti dal Mezzogiorno verso la Lombardia, il Veneto, la Toscana e l’Umbria. A differenza del passato, molti emigranti si spostano soprattutto individualmente e condividono l’alloggio, spesso affollato, con altri nella loro condizione: questo fenomeno interessa oggi molti laureati, che, non trovando occupazione al Sud, cercano fortuna al Nord, e molti arruolati  nelle forze dell’ordine, che prestano servizio nelle caserme settentrionali. Dopo l’emigrazione americana, europea ed interna, a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo i flussi migratori sono calati, ma con la grave crisi economica del 2007-2008 torniamo ad assistere agli espatrii, caratterizzati per un quarto da professionisti spesso laureati, verso la Germania, ma anche il Canada, l’Australia, il Regno Unito, gli USA e i paesi sud-americani. Questo fenomeno, nel caso dei laureati, è stato denominato anche “fuga dei cervelli”, ad indicare la partenza verso mete straniere di individui mediamente ed altamente qualificati. Oggi abbiamo oltre 4 milioni di emigrati (per la maggior parte meridionali) concentrati soprattutto in Argentina, Germania, Svizzera, Francia, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia e, con le diverse proporzioni, in tutti e 5 i continenti (in misura maggiore Europa ed America, in minor numero Oceania, Asia ed Africa).

Ai nuovi governi spetterà l’arduo compito di riportare in patria i nostri connazionali all’estero e di attenuare l’uscita dai confini nostrani con politiche socio-economiche volte a favorire l’occupazione, l’assistenza alle famiglie, la garanzia dei servizi necessari per condurre una vita dignitosa e l’abbassamento della pressione fiscale, tra le più alte in Europa.

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