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BRUNO PETRETTO: OMAGGIO A WILLIAM TURNER E LA LIBRERIA DELLA NATURA

di Beppe Costa

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Ispirata alla visione e all’opera di William Turner (pittore e incisore inglese 1775/1851), nello spazio espositivo del liceo artistico Filippo Figari di Sassari si è inaugurata il 9 febbraio la mostra delle opere di Bruno Petretto come omaggio al pittore  inglese: “La libreria della Natura”.

In un periodo come il nostro, dove molti parlano vanamente di come il nostro pianeta stia soffrendo per la capacità di soffocare, sfruttare, avvilire e assassinarlo, ancora una volta (e certo non ultima) mi soffermo alla visione ben diversa che poche persone hanno di come rapportarsi con la propria madre: la terra.

Argomento trattato – e che dovrebbe essere diffuso a partire dalle scuole d’infanzia – in maniera approfondita in alcuni documentari del regista francese Yann Arthus-Bertrand: Home, Human, La terra vista dal cielo e in altre opere.

Nei lavori di Petretto c’è la volontà di ridare all’arte oggetti della natura stessa che andrebbero in decomposizione: filamenti di pala di fichidìndia, arbusti, cortecce e altri materiali vegetali, diventano libri d’arte da sfogliare e resistere al tempo.

L’autore è già un’opera d’arte che accoglie in sé la poesia, la musica, la pittura e il ritmo stesso delle stagioni. L’ho già incontrato nel suo mondo di Molineddu, oasi del comune di Ossi a poca distanza da Sassari, che ho già descritto in: http://beppe-costa.blogspot.it/2017/10/bruno-petretto-o-la-felicita-del-vivere.html, rimanendone entusiasta.

Ciò che nell’arte sembra complesso agli occhi di chi guarda senza vedere, è altresì il mondo interiore dell’artista che evade e ne crea uno proprio – che è poi ciò che natura ci ha dato – in questo caso l’universo poetico di Bruno è fondamentalmente la sua stessa vita e, direi anche vitalità: sorridente ma ben conscio di ciò che l’uomo commette contro natura, al contrario egli tenta di salvarla salvando se stesso. In una visione ben più chiara di quella che la gran parte dell’uomo ha nel vivere il  rapporto con la terra che lo genera e lo nutre.

La mostra si svolge in diverse sale, dove ai libri si aggiungono opere in pelle esposte su pannelli neri che fanno da sfondo logico all’oggetto che guardi. Si formano figure che ai nostri occhi diventano volti, cieli, nuvole, tempeste d’acqua. A differenza di Turner però non assistiamo a paesaggi statici, quasi da cartolina, ma in continuo movimento a seconda dell’angolazione dalla quale guardi. Si ispira sì  all’artista inglese ma lo sconvolge e ne da una lettura contemporanea e vivace. Quasi lo annulla ma in quale modo lo fa rivivere nella nostra questa epoca più brutale e meno attenta al paesaggio.

La tecnica è semplice anche se richiede lunghi tempi di essiccazione dei materiali, pressati, rendendo così vitali oggetti da “natura morta”. I colori sono quelli delle albe e dei tramonti che sono l’arco di vita del lavoro di Bruno nei campi, con gli animali e le altre ‘creature’ della terra: foglie, fiori, alberi, frutti.

Non vedi il buio neanche nelle cornici che contengono i libri o le altre opere esposte: l’insieme è un inno alla luce, alla vita, alla terra.

 

 

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