Gazzetta del Sulcis Iglesiente - Settimanale della Provicia Carbonia Iglesias  
  
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Lettere al giornale

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Lettere

Lettera in Redazione di Bruna Murgia

Gazzetta del Sulcis Iglesiente del 17 Dicembre 2009

L’articolo 4, comma 1, della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Nei fatti prevale una logica industriale che si risolve, da molti anni e in molti casi, nella chiusura delle fabbriche in Italia per aprirne altre nei luoghi in cui la mano d’opera costa meno, sostanzialmente, o quantomeno è auspicabile, perché rapportata al costo effettivo della vita di ciascun individuo lavoratore in quei dati luoghi.

Giornali e tv nazionali, negli ultimi giorni, ma il problema è noto, quantomeno agli isolani, da molto tempo, si sono occupati della situazione dello Stabilimento Alcoa sito in Portovesme, nel Basso Sulcis Iglesiente. Alla base della prospettata decisione di chiusura ci sarebbero i costi dell’energia elettrica, più alti in Sardegna che altrove, e non si capisce perché una parte dell’Italia debba fruire di uno stesso servizio a costi più elevati contribuendo, così, a creare differenze tra uguali.

Sostanzialmente, l’Alcoa, che avrebbe usufruito di “tariffe agevolate” per la fornitura di energia, è, ora, chiamata, dall’UE, alla restituzione dei contributi ricevuti, quantificati in una somma, a quanto pare, al di sopra delle possibilità aziendali.

Le immagini e le notizie riportate dai media, mettono in evidenza gli aspetti cruciali di una tragedia che coinvolge migliaia di famiglie in una parte dell’Isola in cui non si intravedono alternative occupazionali. Uno spaccato di Terra in cui, fonti nazionali riferiscono un tasso di disoccupazione pari al 40 per cento.

Notizie ultime assicurano la prosecuzione delle attività per una settimana, dopodiché, a seguito dei previsti incontri di vertice Regione – Stato – Azienda – Sindacati, si vedrà. I lavoratori, ma anche le persone che non sono personalmente coinvolte, si chiedono quali siano le prospettive di futuro per loro, per le famiglie e tutte le attività del territorio legate, o comunque connesse in qualche modo, al funzionamento della fabbrica. Difficile a dirsi.

L’emigrazione, da sempre un’alternativa alla povertà, che di fatto ha spopolato la Sardegna dei sardi, oggi non rappresenterebbe più una soluzione al problema e, a tacere, ma solo per brevità, delle implicazioni che essa comporterebbe, nelle fabbriche italiane, rimaste nel Paese, difficilmente potrebbe essere assunto un numero così elevato di lavoratori.

I valori sanciti dalla Carta Costituzionale da soli non bastano ad assicurare uno spiraglio di futuro a tutte le persone coinvolte nel dramma occupazionale, in Sardegna più che in altri luoghi. Occorre che gli amministratori locali concordino sul da farsi e agiscano in sinergia con il governo nazionale e le rappresentanze sindacali, per le quali è auspicabile riscoprono unità di intenti, di cui tutto il Paese ha bisogno, onde individuare strumenti adeguati alla situazione globale, che si esplichino in un reale diritto al lavoro e nel rispetto della dignità di tutti coloro i quali, per molti anni, hanno svolto le proprie mansioni dentro quella fabbrica. La stessa Azienda, attraverso i suoi amministratori, dovrebbe mettere in campo energie adeguate e sufficienti, anche in relazione al prezzo pagato dall’Isola, e dagli isolani, in termini ambientali e paesaggistici.

In ultimo, e non per importanza, magari andrebbero riviste anche quelle logiche di mercato che rendono più ricchi alcuni a scapito di molti altri.

Bruna Murgia Torino

 

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